La forza mite e straordinaria della preghiera opera miracoli

Al centro della meditazione di questa calda domenica di giugno l’episodio della tempesta sedata da Gesù narrato nel Vangelo di Marco 4,35-41, e la similitudine tra il comportamento dei discepoli e il nostro.

La barca è in balia delle onde, e mentre essi sono spaventati e preoccupati, Gesù dorme tranquillamente; “e tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: -Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?-. Soprattutto quando ci sembra di affondare […] o quando siamo in balìa delle onde insistenti dell’ansia; oppure quando ci sentiamo sommersi dai problemi o persi in mezzo al mare della vita, senza rotta e senza porto.[…] Sono tanti i momenti nei quali ci sentiamo in una tempesta, ci sentiamo quasi finiti.” La paura non ci fa riflettere sul fatto che Gesù c’è, come sulla barca, anche se dorme, Egli è presente, e anche “il Signore è lì, presente; infatti, attende – per così dire – che siamo noi a coinvolgerlo, a invocarlo, a metterlo al centro di quello che viviamo.” Ecco quindi che la preghiera diventa grido, invocazione.

Meditiamo sulla nostra vita, su quello che rappresenta un ostacolo per la nostra spiritualità: “quali sono le onde che ostacolano la mia navigazione e mettono in pericolo la mia vita spirituale, la mia vita di famiglia, la mia vita psichica pure?” E poi parliamone con Gesù, è questo che vuole, questo è “l’inizio della nostra fede: riconoscere che da soli non siamo in grado di stare a galla, che abbiamo bisogno di Gesù come i marinai delle stelle per trovare la rotta. La fede comincia dal credere che non bastiamo a noi stessi, dal sentirci bisognosi di Dio. Non concentriamoci sulle onde, sui problemi, ma guardiamo al Signore “gridiamo a Lui, Egli può operare in noi meraviglie. È la forza mite e straordinaria della preghiera, che opera miracoli.

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