Non c’è gioia cristiana quando si chiudono le porte

 

Papa Francesco in Cile a Iquique introduce subito la frase finale del vangelo del giorno: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù». Il Vangelo mostra la prima apparizione pubblica di Gesù: né più né meno che in una festa. Il Vangelo è un costante invito alla gioia, fin dall’inizio l’Angelo dice a Maria: «Rallegrati». Rallegratevi, disse ai pastori; rallegrati, disse a Elisabetta, donna anziana e sterile…; rallegrati, fece sentire Gesù al ladrone, perché oggi sarai con me in paradiso.

Il messaggio del Vangelo è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Come sapete bene questo, voi, cari fratelli del nord cileno! Come sapete vivere la fede e la vita in un clima di festa! dice il Santo Padre rivolgendosi ai fedeli cileni e si rallegra nel vedere questo modo bello di vivere la fede. Le vostre feste patronali, i vostri balli religiosi, la vostra musica, i vostri vestiti fanno di questa zona un santuario di pietà e di spiritualità popolare. Riuscite a rivestire a festa tutto il villaggio. Voi sapete celebrare cantando e danzando «la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante di Dio; e in questo modo generate atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado in chi non possiede questa religiosità: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione». Proprio come dice il profeta Isaia: «Allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva».

In questo clima di festa, il Vangelo ci presenta l’azione di Maria affinché la gioia prevalga. Lei è attenta a tutto quello che succede intorno e, come buona madre, non sta tranquilla e così si accorge che nella festa, nella gioia condivisa, stava accadendo qualcosa: c’era qualcosa che stava per “annacquare” la festa. E accostandosi a suo Figlio, le uniche parole che le sentiamo dire sono: «Non hanno vino».

E poi non rimane zitta, si avvicina agli inservienti della festa e dice loro: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». E questo messaggio è rivolto soprattutto a noi che ci sentiamo partecipi del miracolo. Perché Cristo «è venuto in questo mondo non per fare la sua opera da solo, ma con noi; il miracolo lo fa con noi, con tutti noi, per essere il capo di un grande corpo le cui cellule vive siamo noi: libere e attive». Così Gesù fa il miracolo: con noi.

Il miracolo comincia quando gli inservienti avvicinano le anfore dell’acqua che erano destinate alla purificazione. Così anche ognuno di noi può cominciare il miracolo, di più, ognuno di noi è invitato a partecipare al miracolo per gli altri.

Fratelli, Iquique è una “terra di sogni” una terra che ha saputo ospitare gente di diversi popoli e culture, gente che ha dovuto lasciare i propri cari e partire. Una marcia sempre basata sulla speranza di ottenere una vita migliore, ma sappiamo che è sempre accompagnata da bagagli carichi di paura e di incertezza per quello che verrà. Iquique è una zona di immigrati che ci ricorda la grandezza di uomini e donne; di famiglie intere che, davanti alle avversità, non si danno per vinte e si fanno strada in cerca di vita. Essi sono icone della Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere.

Come Maria a Cana, cerchiamo di imparare ad essere attenti nelle nostre piazze e nei nostri villaggi e riconoscere coloro che hanno una vita “annacquata”; che hanno perso le ragioni per celebrare. E non abbiamo paura di alzare le nostre voci per dire: «Non hanno vino». Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti. Siamo attenti a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa. Siamo attenti di fronte alla precarizzazione del lavoro che distrugge vite e famiglie. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie. E come Maria diciamo: non hanno vino.

Come i servi della festa, portiamo quello che abbiamo, per quanto sembri poco. Come loro, non abbiamo paura a “dare una mano”, e che la nostra solidarietà e il nostro impegno per la giustizia facciano parte del ballo e del canto che oggi possiamo intonare a nostro Signore.

E poi, lasciamo che Gesù possa completare il miracolo, trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo nel nostro cuore. Gioia e festa contagiosa che ci porta a non escludere nessuno dall’annuncio di questa Buona Notizia; e a trasmettergli tutto quello che è della nostra cultura originaria, per arricchirlo anche con ciò che è nostro, con la nostra tradizione, con la nostra sapienza ancestrale, affinché chi viene trovi sapienza e offra sapienza.

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