Omelia di Papa Francesco alla Santa Messa di chiusura della Gmg di Panama 2019

Di fronte ad una moltitudine di giovani provenienti dai cinque continenti arrivati a Panama, Papa Francesco ha presieduto la Santa Messa alla fine della GMG 2019 in Campo San Juan Pablo II – Metro Park.

Cari giovani”, ha detto il Papa alla conclusione della Gmg, “voi non siete il futuro ma l’ora di Dio. Ti chiama e ti chiama nelle tue comunità e città … per alzarsi e parlare … e per realizzare il sogno che il Signore ha sognato per te. Cari fratelli, il Signore e la sua missione non sono un “tempo medio” nella nostra vita, una cosa che passa, non sono una Giornata Mondiale della Gioventù … Sono la nostra vita.

Il papa è arrivato in un papamobile, nei luoghi in cui i giovani avevano dormito, verso le 7.30 (13:30) di Roma, accolto da un’ondata di bandiere provenienti da tutto il mondo, sotto un sole estivo.

Nella sua omelia, il Papa ha sottolineato che “non sempre crediamo che Dio possa essere così concreto e quotidiano, così vicino e così reale, per non parlare del fatto che è così presente e attivo attraverso una persona conosciuta, come un vicino, un amico, un genitore può essere … preferiamo un Dio a distanza: bello, buono, generoso, ma a distanza e che non interferisce. Perché un Dio vicino e quotidiano, amico e fratello, ci chiede di trarre insegnamenti in termini di prossimità, vita quotidiana e soprattutto fraternità. ”

E il papa mette in guardia contro l’idea che la missione, la vocazione, sono “una promessa solo per il futuro e non hanno nulla a che fare con (il) presente”: “Come se essere giovani fosse sinonimo di Sala d’attesa di colui che attende la sua ora. E nel “frattempo” ti inventiamo o inventerai un futuro igienicamente ben confezionato e senza conseguenze, ben armati e garantiti, tutti “ben assicurati”. È la “finzione” della gioia. ”

Ecco il testo integrale dell’omelia tenuta dal Santo Padre:

“Tutti in sinagoga avevano gli occhi fissi su di Lui. Poi cominciò a dire loro: “Oggi questo passo della Scrittura che avete appena ascoltato si è compiuto” (Lc 4, 20-21).

Così il Vangelo ci presenta l’inizio della missione pubblica di Gesù. Lo fa nella sinagoga che lo ha visto crescere, circondato da conoscenti e vicini e forse anche da uno dei suoi “catechisti” d’infanzia che gli ha insegnato la legge. Un momento importante nella vita del Maestro con cui il bambino che si è formato e cresciuto in seno a questa comunità, si è alzato e ha parlato per annunciare e realizzare il sogno di Dio. Una parola proclamata fino ad allora solo come promessa del futuro, ma che nella bocca di Gesù poteva essere detta solo nel presente, diventando realtà: “Oggi si è realizzata”.

Gesù rivela l’ora di Dio che va ad incontrarci per invitarci a prendere parte anche alla sua ora “per portare la Buona Novella ai poveri, la liberazione dei prigionieri e la vista ai ciechi, per dare la libertà agli oppressi e proclamare un anno di grazia nel Signore” (cfr Lc 4, 18-19). È l’ora di Dio che con Gesù diventa presente, diventa volto, carne, amore di misericordia che non si aspetta situazioni ideali, situazioni perfette per la loro manifestazione, né accetta scuse per la loro realizzazione. È il tempo di Dio che rende ogni situazione, ogni spazio, ogni spazio, giusto e opportuno. In Gesù il futuro promesso inizia e diventa vita.

Quando? Non lo so. Ora, ora. Ma non tutti quelli che l’hanno sentito si sono sentiti invitati o convocati. Non tutti i vicini di Nazareth erano disposti a credere in qualcuno che conoscevano e avevano visto crescere e che li invitava a realizzare un sogno tanto atteso. Cosa c’è di più, hanno detto, “ma questo non è il figlio di Joseph? (Lc 4:22).

La stessa cosa può accadere anche a noi. Non sempre crediamo che Dio possa essere così concreto, così quotidiano, così vicino e così reale, e ancor meno che si renda così presente e agisca attraverso qualcuno conosciuto come vicino, amico, parente. Non sempre crediamo che il Signore possa invitarci a lavorare e striscio le nostre mani con Lui nel suo Regno in modo così semplice ma forte. È difficile accettare che “l’amore divino diventa concreto e quasi sperimentabile nella storia con tutte le sue dolorose e gloriose vicende” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 28 settembre 2005).

E non è raro che ci comportiamo come i vicini di Nazareth, che preferiamo un Dio a distanza: bello, buono, generoso, ben disegnato, ma distante, e soprattutto un Dio che non si preoccupa, un Dio addomesticato. Perché un Dio vicino e quotidiano, amico e fratello, ci chiede di conoscere la vicinanza, la vita quotidiana e soprattutto la fraternità. Non voleva avere una manifestazione angelica o spettacolare, ma voleva darci un volto, fratello e amico, concreto, familiare. Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto. Ed è proprio questa “concrezione d’amore che costituisce uno degli elementi essenziali della vita dei cristiani” .

Anche noi possiamo correre gli stessi rischi dei vicini di Nazareth, quando nelle nostre comunità il Vangelo vuole rendere concreta la vita e cominciamo a dire: “Ma questi bambini, non sono figli di Maria, Giuseppe, e non sono fratelli di, sono parenti di…..” (Benedicto XVI, Omelia, 1 marzo 2006). Questi non sono i giovani che aiutiamo a crescere….. Zitto, come faremo a credergli? Quello laggiù, non era lui che rompeva sempre il vetro con la sua palla”. E ciò che è nato per essere profezia e proclamazione del Regno di Dio finisce per essere addomesticato e impoverito. Volere addomesticare la Parola di Dio è una tentazione quotidiana.

E anche a voi, cari giovani, lo stesso può accadere ogni volta che pensate che la vostra missione, la vostra vocazione, che anche la vostra vita è una promessa ma solo per il futuro e non ha nulla a che fare con il presente. Come se essere giovani è sinonimo di una sala d’attesa per chi aspetta il proprio turno per un’ora. E nel “frattempo” di quell’ora, noi inventeremo o inventeremo un futuro igienicamente ben confezionato e senza conseguenze, ben armati e garantiti con tutto ciò che è “ben protetto”. Non vogliamo offrirvi un futuro da laboratorio.

E’ la “finzione” della gioia. Non è la gioia dell’oggi, del concreto, dell’amore. Così con questa finzione di gioia li “tranquillizziamo” e li facciamo addormentare perché non facciano rumore, perché non disturbino molto, perché non facciano domande, perché non ci interroghino o ci interroghino; e in questo “frattempo” i loro sogni perdono il volo, diventano striscianti, iniziano a dormire, strisciano, sono piccoli e tristi “sogni ad occhi aperti”, solo perché consideriamo o consideriamo che non è ancora il loro ora; che sono troppo giovani per essere coinvolti nel sognare e lavorare domani. E così li teniamo a procrastinare. E sai una cosa, molti giovani come questo. Per favore, aiutiamoli a non piacersi, a ribellarsi, a voler vivere ora quello di Dio.

Uno dei frutti del Sinodo passato è stata la ricchezza di poterci trovare e, soprattutto, di ascoltarci.

La ricchezza dell’ascolto tra generazioni, la ricchezza dello scambio e il valore di riconoscere che abbiamo bisogno l’uno dell’altro, che dobbiamo sforzarci di fornire canali e spazi in cui essere coinvolti nel sognare e lavorare domani da oggi. Ma non in isolamento, ma insieme, creando uno spazio comune. Uno spazio che non è dato via o vinto alla lotteria, ma uno spazio per il quale si deve anche combattere. Voi giovani dovete lottare per il vostro spazio oggi, perché la vita è oggi, nessuno può promettervi un giorno di domani. Il vostro spettacolo è oggi, il vostro spazio è oggi, come rispondete a questo?

Perché voi, cari giovani, non siete il futuro. Ci piace dire che sono il futuro, no. Voi siete il presente, voi giovani siete l’ora di Dio. Egli vi chiama e vi chiama nelle vostre comunità, vi chiama nelle

vostre città per andare alla ricerca dei vostri nonni, dei vostri anziani; per alzarsi con loro e prendere la parola e mettere in atto il sogno con cui il Signore vi ha sognato.

Non domani, ora, perché lì, ora, ora, dove c’è il loro tesoro, ci sarà anche il loro cuore (cfr Mt 6,21); e ciò di cui si innamorano conquisterà non solo la vostra immaginazione, ma influenzerà tutto. Sarà ciò che li farà svegliare al mattino e li guiderà attraverso le ore di stanchezza, ciò che spezza il loro cuore e ciò che li riempie di meraviglia, gioia e gratitudine. Sentite che avete una missione e vi innamorate, che questo deciderà tutto. Possiamo avere tutto, ma cari giovani, se manca la passione dell’amore, manca tutto. La passione dell’amore oggi e lascia che il Signore ci faccia innamorare e ci conduca al domani.

Per Gesù non c’è “intanto”, ma l’amore di misericordia che vuole annidare e conquistare il cuore. Egli vuole essere il nostro tesoro, perché Gesù non è un “intanto” nella vita o una moda passeggera, è l’amore per la resa che ci invita ad arrenderci.

È amore concreto, di oggi, vicino, reale; è gioia festosa che nasce scegliendo e partecipando alla miracolosa presa di speranza e carità, solidarietà e fraternità di fronte a tanto sguardo paralizzato e paralizzante da paure ed esclusione, speculazione e manipolazione. Fratelli: Il Signore e la sua missione non sono un “intanto” nella nostra vita, una cosa passeggera, non sono solo una Giornata Mondiale della Gioventù, sono la nostra vita oggi e camminano.

Tutti questi giorni in modo speciale ha sussurrato come sottofondo musicale il “do it” di Maria. Non solo credeva in Dio e nelle sue promesse come qualcosa di possibile, ma credeva in Dio e si incoraggiava a dire “sì” per partecipare a questo ora del Signore. Sentiva di avere una missione, si innamorò e questo decise tutto. Sentite di avere una missione, lasciatevi innamorare e il Signore deciderà tutto.

Come avvenne nella sinagoga di Nazareth, il Signore, in mezzo a noi, i suoi amici e conoscenti, si alzò di nuovo, prese il libro e ci disse: “Oggi questo passo della Scrittura che avete appena ascoltato si è compiuto” (Lc 4,21).

Cari giovani, volete vivere la concretezza del vostro amore? Che il vostro “sì” continui ad essere la porta d’ingresso dello Spirito Santo per darci una nuova Pentecoste alla Chiesa e al mondo. Così sia.

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2 Commenti

Marianna il 28 gennaio 2019 alle 8:49 pm.

la ricchezza dello scambio e il valore di riconoscere che abbiamo bisogno l’uno dell’altro… effettivamente queste Parole le metto sempre in pratica. Grazie 🙏🏻 per il messaggio

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