Il Viaggio di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh

 

All’udienza generale il Santo Padre inizia parlando del viaggio apostolico in Myanmar e Bangladesh. E’ stato un grande dono di Dio, e perciò ringrazio Lui per ogni cosa, specialmente per gli incontri che ho potuto avere. Rinnovo l’espressione della mia gratitudine alle Autorità dei due Paesi e ai rispettivi Vescovi, per tutto il lavoro di preparazione e per l’accoglienza riservata a me e ai miei collaboratori. Un “grazie” sentito voglio rivolgere alla gente birmana e a quella bengalese, che mi hanno dimostrato tanta fede e tanto affetto: grazie!

Il Santo Padre esprime la vicinanza di Cristo e della Chiesa a un popolo che ha sofferto a causa di conflitti e repressioni, e che ora sta lentamente camminando verso una nuova condizione di libertà e di pace. Un popolo buddista dove i cristiani sono presenti come piccolo gregge e lievito del Regno di Dio. Nella grande area sportiva al centro di Yangon la prima Santa Messa col Vangelo di quel giorno ha ricordato che le persecuzioni a causa della fede in Gesù sono normali per i suoi discepoli, come occasione di testimonianza, ma che “nemmeno un loro capello andrà perduto” (cfr Lc 21,12-19). La seconda Messa, ultimo atto della visita in Myanmar, era dedicata ai giovani: un segno di speranza e un regalo speciale della Vergine Maria, nella cattedrale che porta il suo nome. Nei volti di quei giovani, pieni di gioia, ho visto il futuro dell’Asia: un futuro di chi semina fraternità. E sempre in segno di speranza ho benedetto le prime pietre di 16 chiese, del seminario e della nunziatura: diciotto!

L’incontro con le Autorità del Myanmar è stato motivo per incoraggiare gli sforzi di pacificazione e in particolare la visita al Supremo Consiglio dei monaci buddisti dove il Santo Padre ha manifestato la stima della Chiesa per la loro antica tradizione spirituale, e la fiducia che cristiani e buddisti possano insieme aiutare le persone ad amare Dio e il prossimo.

Dop il Myanmar, la visita in Bangladesh, e subito l’omaggio ai martiri della lotta per l’indipendenza e al “Padre della Nazione”. La popolazione del Bangladesh è in grandissima parte di religione musulmana, e quindi la visita ha segnato un ulteriore passo in favore del rispetto e del dialogo tra il cristianesimo e l’islam.

Papa Francesco inoltre ha stimato il popolo bengalese nel costituirsi come nazione indipendente, come pure la libertà religiosa e la solidarietà al Bangladesh nel suo impegno di soccorrere i profughi Rohingya affluiti in massa nel suo territorio, dove la densità di popolazione è già tra le più alte del mondo.

La Messa celebrata al parco di Dhaka è stata arricchita dall’Ordinazione di sedici sacerdoti e Papa Francesco li ha incoraggiati nel loro generoso lavoro per le famiglie, per i poveri, per l’educazione, per il dialogo e la pace sociale e ha condiviso questa gioia con tanti altri sacerdoti, consacrate e consacrati del Paese, come pure con i seminaristi, le novizie e i novizi, nei quali ha visto dei germogli della Chiesa in quella terra.

A abbiamo vissuto un momento forte di dialogo interreligioso ed ecumenico, che mi ha dato modo di sottolineare l’apertura del cuore come base della cultura dell’incontro, dell’armonia e della pace. Queste le parole del Papa a Dhaka dove ha visitato la “Casa Madre Teresa” che accoglie moltissimi orfani e persone con disabilità.

L’ultimo evento è stato con i giovani bengalesi, ricco di testimonianze, canti e danze. Una festa che ha manifestato la gioia del Vangelo accolto da quella cultura; una gioia fecondata dai sacrifici di tanti missionari, di tanti catechisti e genitori cristiani.

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